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venerdì 7 febbraio 2020

15
Omicidio


Il portacenere che era sul tavolo sembrava contenere cenere e mozziconi; dunque sembrava un contenitore; di fatto, non lo era del tutto. Di primo acchito, sembrava essere biancastro e duretto; di certo, era rotondo. Una luce, proveniente dal lampadario e che a lui giungeva giallognola, proiettava accanto a esso una porzione d’ombra entro la quale il tavolo si univa illusoriamente a ciò che lo sovrastava. A prima vista, qualche altra cosa suscitava l’interesse di Augusto Pandossa: il portacenere era sbreccato; uno dei mozziconi riportava sul filtro una macchia rossastra.

Il professore aveva appena fumato una sigaretta e l’aveva spenta esercitando una certa pressione sul mozzicone con l’indice della mano destra, bruciacchiandoselo. Non aveva avvertito alcun dolore fisico, almeno in apparenza. Avrebbe voluto accenderne un’altra, ma aveva resistito alla tentazione. Era inquieto, tanto da cominciare a picchiettare il bordo del portacenere, che, di conseguenza, sobbalzava. Un po’ di cenere s’era sparsa sul tavolo, nella regione d’ombra.

Un suono grave si propagò ritmicamente nella stanza. L’uomo si fece invadere dai ricordi; gli sovvenne, in particolare, la figura femminile della moglie, la quale, verosimilmente, era sempre assieme a lui.

Portacenere, contenuto del portacenere, macchia rossastra, ombra, suono grave, figura femminile e lo stesso Augusto, adesso, costituivano un corpo unico.

<<Come non è possibile stabilire con certezza dove si trova l’elettrone in un determinato istante all’interno dell’atomo, così non si può dire di me, se non con una certa approssimazione. Sono l’opposto di me stesso, cioè un concetto, qualcosa di astratto, appartengo al mondo del pensiero. Qualche giorno fa, mi ritrovai perfino a interrogarmi sulla virtù. Dopo una lunga ed estenuante riunione con alcuni colleghi – intellettuali brillanti, nulla da eccepire –, andammo in cerca di un bar per un caffè che ci riscattasse da tre ore di letteratura nevrotica, accademica, noiosa, lacerante e così via. Appena fuori dell’edificio, facendo due passi, alla mia sinistra vidi l’insegna luminosa di un bar. Cambiai immediatamente direzione anche perché avevo pure bisogno di alleggerire in fretta la vescica e non avevo voluto lasciare in dono all’accademia i miei liquidi. Sono fatto male. Di colpo, fui strattonato dall’illustre e affettato collega, il quale mi mise in guardia dal mettere piede dentro quel bar, avvertendomi che si trattava d’un ricettacolo di gentaglia, d’un ambiente malfamato; il che mi convinse dell’importanza che quel luogo avrebbe avuto per la mia esistenza e sentii un forte disprezzo per lui. Volevo picchiarlo selvaggiamente, ma non lo feci. Perché? Sarebbe stato un gesto eroico. Invece, sono stato un vigliacco. Oppure sono stato in grado di mantenere un buon equilibrio tra il bene ed il male?>>

L’unico vero e ineliminabile vizio dell’uomo sta nel mistero che egli crea attorno a sé… non solo come alibi per la propria inadempienza, non per tutte quelle volte in cui ha chiuso un libro dopo poche pagine di lettura non sentendosi all’altezza del compito, non per tutte quelle volte in cui ha sprecato il denaro in cose di poco conto, non per tutte le volte in cui ha abbandonato il proprio lavoro o le persone care convincendosi d’essere l’unico giusto per cui Dio non avrebbe dovuto distruggere Sodoma e Gomorra, non per tutte le volte in cui è stato mefistofelicamente capace di elaborare delle scuse, non per tutto questo… ma per ricordare a sé stesso di avere sempre una possibilità, un’area entro la quale ad Io e Sono, messi in sequenza, può seguire qualcosa, un aggettivo o un sostantivo che diano senso sociale alla perenne inadempienza. Allora, egli salta sempre dalla stessa posizione, su una specie di tappetino rimbalzante, sforzandosi di arrivare il più in alto possibile, ma, ogni volta in cui tocca terra, finge di non accorgersi di non essersi spostato neppure di un centimetro. Se ai bambini è concessa la ripetitività del gioco e del salto in vista d’una memoria da costruire, agli adulti, forti dell’esperienza, spetta il compito della previsione, laddove essi, invece, sperano di potersi fermare a mezz’aria. Il mistero consiste in questo gioco impegnativo, faticoso e snervante, praticato da tutti, indistintamente. La tregua e il riposo sono ammessi solo al buio, un buio talmente impenetrabile e imperscrutabile che neppure gli artefici del mistero sanno gestirlo soprattutto perché non vogliono accettare che il buio non è altro che un equilibrio dinamico, una variante della relatività ludico-deviante, una percezione diversa dell’energia del salto.

Pandossa era un giocatore sapiente. A differenza di tanti altri, faceva i conti con la propria memoria, soprattutto quando si trovava nella fase di massimo slancio. Ad Io e Sono, per Augusto, seguiva Beatrice. “Io sono Beatrice” ripeteva tra sé. Dopo quell’atto di suprema e violenta identificazione, egli aveva speso gli ultimi vent’anni a denunciare l’impossibile quiete dell’uomo, la propria anzitutto.

Alle prime luci dell’alba, gli andò incontro Eleonora, appena svegliata dal parlottio del padre. Gli gli si sedette sulle gambe. I due si fissarono malinconici, guidati da un presentimento arcano, oppressi dall’angoscia.

<<Eleonora, figlia mia, tu hai il diritto di conoscere la verità.>> enunciò grave e solenne Augusto.

Eleonora, vedendo piangere il padre, non ebbe la forza per proferire alcuna sillaba.

<<Io non sono un letterato, uno scrittore; io non sono un professore. Se è vero che un uomo è rappresentato dalla propria opera, la maggiore tra le mie opere è stato l’omicidio. Io sono un omicida, un uxoricida. Io ho ucciso tua madre. È stato un delitto perfetto, premeditato… Sapevo che amava un altro uomo, un uomo che non valeva niente. Forse, avrei dovuto uccidere lui. Io ho tentato di resistere, credimi! Per anni, ho voluto convincermi di avere limiti morali… e, tuttora, penso che sia ingiusto giudicare male una persona che non può né vuole amarti… poi, ho saputo che… non sei mia figlia. Fa’ di me quello che vuoi! Ammazzami! Fa’ che io paghi per il mio reato! Sappi solo che t’ho amata come una figlia, d’un amore puro ed incondizionato e…continuerò a farlo!>>    

***

Non c’è amore se non nel superamento sanguinoso, quasi inumano e, di certo, offensivo della morale comune, nella violazione delle proprie speranze, nella rinuncia a tutto ciò per cui ci si è battuti idealmente e fisicamente: l’amore è anzitutto la suprema forma d’incoerenza; il piacere stesso, l’eros per intenderci – ne subisce, anch’esso e inspiegabilmente, il contraccolpo, giacché, sulle prime, si è costretti da forze ignote a contemplare chi ci sta innanzi. Oltre la contemplazione, si apre la voragine dell’incompletezza, che iniziamo inconsapevolmente a incarnare: eravamo soli e disperavamo d’amare; adesso, amiamo e sentiamo come lacerante l’incompletezza. Perché? Perché – lo si ammetta o meno –, di respiro in respiro, non siamo più autosufficienti: perfino una goccia di sudore che ci riga il viso o lo stesso morso della fame o la scelta del colore d’una maglia diventano prefigurazioni della persona amata e assente. Si tratta di qualcosa di simile a ciò che per Kierkegaard si materializzava nello scegliere di non scegliere: Dio come abisso della paradossale libertà per il filosofo; in generale, un compagno di disagi per l’uomo. Felicità, fedeltà, lealtà e parecchie altre astrazioni inculcateci, fin da quando eravamo bambini, s’impongono presto quali vaccini obbligatori, ma pochi, forse eroi pronti al rogo, ammettono e riconoscono la prova, unico vero momento dell’iniziazione amorosa. La quiete del genere umano e, in particolare, la garanzia della sua conservazione sono sofisticamente rappresentate in questo: quest’amore che ci scuote e ci spossa è pressoché inesistente, laddove le quasi totale natura delle relazioni è fatta di accomodamenti, ripieghi. Allo stesso modo in cui non si può amare Dio e, nello stesso tempo, non essere disposti a finire su qualche croce, così non si può pensare d’amare qualcuno, se non si è disposti a morire un po’.  

sabato 11 gennaio 2020


11
Libertà


Intorno alle sette del mattino, Augusto Pandossa s’incamminò verso il liceo. Procedendo a sghimbescio, era goffo, senza perdere grazia. Ridacchiava all’idea di ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto; guardava di sottecchi la strada, ma non perdeva di vista il tavolino, che abbracciava con tale premura che tutti i passanti, incuriositi, ma esitanti, rallentavano il passo per prendere parte alla misteriosa scena: un uomo d’ammirevole portamento, curato, ben vestito, stringeva al proprio petto le gambe di ferro battuto d’un vecchio tavolino dal ripiano verdognolo, sul quale poggiava il mento, ancheggiando alquanto a reggerne il peso e non lesinando affatto ammiccamenti e strizzatine d’occhio verso gli spettatori.

Gli uomini sono capaci di trasformare in mistero l’ovvietà; vivono nella speranza d’uno scandalo da osservare, giudicare e riferire al solo fine, di cui la maggior parte di loro non è cosciente, di dare senso e significato a una vita fatta di pura evasione da sé. Costoro sanno di non potere essere protagonisti dell’evento straordinario, ma la sensazione della vista e l’uso della parola quale espressione della loro semplice presenza li eccita, li mantiene in vita fino all’episodio successivo, dissimula il lutto della prematura perdita della loro personalità, lutto mai elaborato, mai sottoscritto, ma che li ha sorpresi già in tenera età, tra la fine dell’adolescenza e l’inizio dell’età adulta.

Accade così che un Pandossa, uno schizofrenico o un incidente mortale all’angolo d’una strada qualunque sono assimilati al gesto atletico del grande calciatore o al magistrale verso del poeta, che incantano e mandano in visibilio gruppi indistinti di uomini e donne smaniosi d’appartenere alla storia, frustrati dalla propria impalpabilità e che finiscono col diventare fasi di quegli stessi eventi di cui sono bisognosi. Tra un evento e l’altro, essi sperimentano il ricordo come premessa dell’attesa e fanno della propria memoria un laboratorio di sperimentazione: raccontano più volte, a sé stessi e agli altri, fino all’estenuazione, ciò che hanno visto; essi sono semplicemente testimoni; ogni narrazione è sempre più ricca, ma sempre più sofferta perché ogni aggiunta mendace e ogni sfumatura corrispondono a una privazione: raccontano non solo e non già ciò di cui avrebbero voluto essere attori, ma anche ciò che avrebbero voluto fare e che non hanno avuto il coraggio di fare. Menzogne e sfumature denunciano la loro sensazione di morte imminente. Il conflitto, poi, assume dimensioni spropositate e diventa incontenibile. Quando la fantasia non ha più la realtà come sostegno, quando non c’è più alcunché da inventare perché il tempo tra gli eventi è talmente lungo da indurre episodi depressivi, allora il disagio diventa collera e qualcuno deve pagare. Il primordiale istinto d’uccidere deve essere, per così dire, razionalizzato e qualcuno deve fungere da capro espiatorio.

Tutto ciò – con riferimento al nostro – non implicava che chiunque lo incontrava volesse passeggiare abbracciando un tavolino o smaltarsi le unghie di rosso rubino, sia chiaro!  Pandossa era un raffinato conoscitore di queste bizzarre manifestazioni della mente e, molto di frequente, giocava d’azzardo, anche cinicamente, sfidando direttamente l’inconscio. Col tempo, col quale s’era alleato, aveva anche imparato a separare perentoriamente e con rigore marziale, la vita privata, emotiva, intima, da quella pubblica sociale, nella quale era spesso buffonesco e felice d’interpretare, talora, un personaggio brechtiano, talaltra, un personaggio beckettiano, non disdegnando affatto sortite alla Tennessee Williams, quale ispettore dello zoo di vetro attraverso il quale si mettevano in mostra solamente animali imprigionati e feriti.

Giunse davanti al liceo sudaticcio e se ne infastidì. Sistemò il nuovo banchetto per la didattica quotidiana sul marciapiede, si tolse il soprabito beige, ripiegandolo accuratamente, e allentò il nodo della cravatta. Non gli piacque molto l’idea d’apparire dimesso o sportivo, ma si sottopose con scioltezza alla pratica ed alla desueta immagine. Si guardò intorno e incontrò solamente visi pallidi di studenti sonnecchianti. Il torpore inciso su quei volti, che, fin dal mattino, rivelavano freddezza, disinteresse, noia e chissà quante altre forme di distacco dal mondo, lo indispettiva; non si capacitava della difficoltà con cui alcuni adolescenti, di mattina, si staccavano dal letto. Gli sovvenne un discorsetto fattogli qualche giorno prima da una studentessa a proposito della scrittura e degli scrittori.

Il professore, in quell’occasione aveva parlato del metodo e del rigore degli studi, puntualizzando anche l’importanza della disciplina, della sveglia mattutina et cetera. La ragazza, su per giù, era intervenuta in questi termini: <<Scrivere non dovrebbe essere un amore, un passatempo, uno staccarsi dal mondo intero, chiudersi in una stanza al buio e mettere giù tutto quello che si pensa e che si vive? Dalle sue parole non sembra cosi! Io, da giovane studentessa, scrivo, ma più che altro compongo frasi, poche pagine. Per me è tanto, è qualcosa di mio. Questo mi fa stare bene! Se alzarsi alle cinque per scrivere la fa stare bene, per carità, non la giudico, ma se lo fa per le scadenze, per obbligo, non la vedo una cosa giusta!>>. Pandossa, di primo acchito, avrebbe voluto picchiarla. Poi, insultarla. Da ultimo, aveva fatto prevalere l’istinto paterno e la propria funzione di educatore. Non c’era dubbio che scrivere fosse un atto d’amore, ma egli aveva intuito di non potere rispondere autenticamente, se non con una suggestione che sperava fosse accolta. Aveva raccontato loro un aneddoto della prima guerra d’indipendenza. <<Nel 1848, Carlo Alberto, alla guida dell’esercito piemontese, oltrepassato il Ticino nei pressi di Pavia, si diresse alla conquista d’una patria che non c’era contro l’imponente esercito austriaco di Radetzky. L’avanzata non fu delle migliori, tanto che gli austriaci, provenendo dal Nordest, attraverso Vicenza, riuscirono ad appostarsi anzitempo entro le città del cosiddetto quadrilatero, Peschiera, Verona, Legnano e Mantova e, soprattutto, ad aggirare con una tattica brillante la colonna piemontese. Essi, anziché proseguire solo lungo l’asse Verona-Custoza, effettuarono una diversione in direzione di Mantova così da stringere in una tenaglia gli avversari, che, a quel punto, erano destinati a morte sicura. In aiuto di Radetzky, giunsero, infatti altri ventimila austriaci. Qualcuno, però, s’immolò per la libertà. Qualcuno rinunciò consapevolmente alla propria vita a vantaggio della vita altrui. Presso Curtatone e Montanara, tra Mantova e Goito, un gruppo di volontari, la maggior parte dei quali era costituita da studenti delle università di Siena e Pisa, scelse di fare da scudo umano, facendosi massacrare, pur di concedere a Carlo Alberto il tempo per il ribaltamento del fronte d’attacco. Grazie a quel gesto, quasi inenarrabile, gli austriaci furono battuti a Goito. In seguito, cadde anche la fortezza di Peschiera.>>. Prima di congedarsi dagli studenti, il professore aveva citato i versi di Dante: <<Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.>>.

Pensò, istupidito e commosso, a tutte le volte in cui aveva narrato questo evento; non riuscì a stimare neppure una minima porzione della propria incommensurabile caparbietà. Crollò le spalle e s’infilò in istituto, marciando con risolutezza verso il proprio armadietto, allineato, suo malgrado, con quello dei colleghi, che quella mattina non salutò. Prese alcuni libri, un po’ di fogli formato A4, del nastro adesivo, un pennarello e uscì sotto lo sguardo incredulo del preside, già impazientito e allarmato. All’uscita dall’edificio, dal quale aveva appena prelevato una sedia, andò ad allestire la postazione. Sulla colonna ai piedi della quale aveva preso posto, appese due foglietti. Sul primo scrisse Lezione Alternativa sull’Amore. Sul secondo: si ringrazia il Bar Pino per la concessione del tavolino. La rima lo divertì, quantunque banale. Frattanto, gli studenti, attratti dalla commedia e sicuri che il professore non li avrebbe delusi, cominciarono ad accalcarsi frenetici attorno a lui, borbottando e ridacchiando, ma contemplando Pandossa con intima reverenza. A poco a poco, infatti, senza che qualcuno desse loro indicazioni, si misero a sedere in cerchio, tra il marciapiede e la strada. Ebbene, Augusto Pandossa aveva deciso di tenere la propria lezione al di fuori dell’edificio scolastico.

***

La debuttante è sensuale, procace, irresistibile, ma, nello stesso tempo, è stonata e sgraziata; non azzecca una nota fin dall’ouverture e ancheggia come una gatta famelica. Il pubblico in sala borbotta malevolo e insoddisfatto, s’indispettisce, protesta, ma lo fa sottovoce. Nessuno osa gridare allo scandalo perché la bellezza della cantante sembra avere la meglio sui meriti artistici richiesti. Dunque, uno scandalo nello scandalo, sebbene il compromesso che ne scaturisce sia assai delicato e pericolante. A un certo punto, dal loggione si leva un fischio tanto volgare quanto penetrante: n’è autore un giovinastro spavaldo, il quale, poco dopo, urla: - Che gran femmina! -. L’intera platea resta basita, quasi avesse ricevuto un pugno allo stomaco. Tutti tacciono, cosicché l’eccitante e noncurante protagonista continua a cantare. Passato l’imbarazzo, arrivano pure i consensi bisbigliati. In effetti, è talmente bella che le donne ne hanno invidia e gli uomini vorrebbero giacere con lei. Di certo, il primo atto si conclude con un applauso.

Il sunto narrativo ci rinvia a Nanà, romanzo di Zola pubblicato sul finire del diciannovesimo secolo; la metafora che da esso traiamo, tuttavia, ci condanna all’inadeguatezza erotica e all’ignoranza del ritmo licenzioso di cui il nostro corpo ha bisogno. Educati in modo militaresco alla ricerca della perfezione, vogliamo vedere volare colombe bianche dappertutto, dimenticando che solo un vero serpente può stringersi con forza attorno a un albero massiccio. Pretendiamo la luce del sole quale benedizione eterna e inoppugnabile, trascurando che solamente le nubi contengono l’acqua purificatrice e rigenerante. Finiamo troppo spesso con l’essere parolai e ciarlatani, capaci esclusivamente di grandi dichiarazioni, smarriti nella fiabesca consacrazione di entità intangibili: ‘famiglia’, ‘amore’, ‘rispetto’, ‘fedeltà’ et similia; le quali cose s’impongono come disvalori non perché lo siano effettivamente, ma perché, in verità, sono vissute come principi da preservare e difendere. Se tutto ciò ha bisogno d’essere preservato e difeso, allora è probabile che sia sempre sul punto d’essere distrutto.

Eros è imperfetto, è figlio di Ricchezza e Povertà, ce lo dice Platone, quel Platone cui è stata attribuita maldestramente e impunemente una sensualità pallida e smorta e di cui sicuramente non s’è letto il Simposio. Eros è anche un ladro, ruba ciò che gli manca, come noi desideriamo ciò di cui siamo privi, ma non se ne vergogna, non si fa scrupoli perché è buono e cattivo, sa di dover stare in quel mondo mediano in cui non si è mai ricchi, pur avendo tante risorse, e non si è mai poveri, pur essendo fondamentalmente pieni di beni.

Gli amanti, quale che ne sia l’accezione, matrimoniale, extraconiugale, occasionale, devono sapersi spogliare tra le ombre altrui, devono essere in grado d’insinuare una mano sotto il tavolo alla presenza di commensali ignari, devono essere capaci di trasformare il sedile d’un auto in una suite imperiale. Gli amanti sono un compromesso esemplare, uno dei pochi grazie ai quali l’esistenza è fenomeno affascinante.      

venerdì 27 dicembre 2019


9
Amplesso


Si diceva che la donna, già affetta da disturbi della personalità e, più volte, ospedalizzata in preda al delirio, dopo il terribile lutto, avesse subito un devastante peggioramento, a causa del quale era stata vista parlare animosamente con la figlia defunta sul posto di lavoro, dal quale successivamente era stata allontanata. Le allucinazioni e i deliri non l’avevano privata del tutto di lucidità e autonomia; anzi, in qualche modo, l’avevano consegnata a uno stato di fiabesca beatitudine in cui ella era persuasa di avere ritrovato la figlia. Di conseguenza, le sue movenze e il suo linguaggio s’erano ricostruiti alla luce di un candore incorruttibile; ogni suo gesto e ogni sua parola erano sospinti da una spontaneità primitiva, una forma di purezza estranea anche al più audace degli avventurieri dell’intelletto, al più sincero dei poeti.

Augusto Pandossa la trovò splendida nella sua carnalità sublimata. Le lasciò fare ogni cosa, senza parlare né tentare d’influenzarne il comportamento. Ne contemplò i tratti fisici fin dal momento in cui ella si fu incurvata sulla nota della spesa, come se fossero i confini d’una terra promessa ormai prossima. Le ciocche di capelli cascanti sulla fronte gli erano parse veli preziosi d’un sipario aperto sui lavori di bulino e cesello d’un ritrattista guidato da Dio. Nel suo volto, per lo più assente, aveva visto una gemma lavorata a rilievo: i grandi occhi verdi, il piccolo naso all’insù, la modesta sporgenza degli zigomi e il turgore delle labbra gli avevano fatto rilevare una divina proporzione.

Quasi mai, negli anni successivi alla morte della moglie, Augusto Pandossa aveva dedicato a una donna tanto riguardo e altrettanto raramente s’era lasciato suggestionare a tal punto da provare immediata eccitazione. Quand’ella lo ebbe preso sottobraccio, egli si sentì deliziosamente torturato da quelle unghie tinte di rosso rubino che, in cerca d’alloggiamento tra il fianco e il rilievo esterno del muscolo dorsale, sembravano ghermire una corporeità fin troppo acquiescente. Ritrovandosi accanto a lei, quale elemento naturale d’una coppia di coniugi, Augusto non aveva potuto fare a meno di smarrirsi nel decolleté improvvisato da un paio di bottoni abbastanza cedevoli della bianca camiciola di seta indossata dalla donna.

Si chiamava Patrizia ed era stata compagna di classe di Augusto fin dai tempi del ginnasio.

L’età non ne aveva affatto alterato la generosa sensualità, che si espandeva virtuosamente in forme vistose ma non troppo, eleganti, scultoree anche nelle imperfezioni causate dal tempo. La gonna nera che scendeva giù da una cintura beige elasticizzata e affibbiata sul basso ventre, giungendo a malapena alle ginocchia, spronava ulteriormente la fantasia erotica del professore, che si tratteneva a fatica dal lasciare che le proprie mani scorressero liberamente sul corpo della donna. E inoltre, l’alienazione patologica dal mondo faceva di Patrizia, agli occhi di Augusto, un personaggio d’una commedia greco-classica che aveva il potere di stare tra gli uomini e gli dei, senza tuttavia doversi commisurare agli uni o agli altri.

Esausto di piacere, Augusto staccò la mano dal braccio di Patrizia e la fece scivolare sul fondo schiena di lei, facendola aderire pienamente alla parte alta dei glutei. Ella si girò di scatto a fissarlo e, stirando verso l’alto la parte sinistra del volto, dall’arcata sopraccigliare all’angolo della bocca, fece una risata altera e di compiacimento il cui suono somigliava a un cenno di vocalizzo d’un soprano. Augusto ne fu rincuorato e insistette a toccarla, rassicurato dalla copertura del cappotto di lei.

<<Vieni da me!>> le disse d’improvviso, non senza un tremito d’ansia.
<<Buon uomo, voi mi affascinate!>> rispose lei in un eloquio drammaticamente disorganizzato. <<Ma l’uomo che m’attende non sa ancora abitare il centro della casa. E anche se so d’essere esistita solo io nell’incognita d’una vita reale o coniugale, resto promessa a quell’uomo. Sono una sacerdotessa del centro della casa.>>.
Bombardato da un’incredibile quantità di stimoli linguistici e figure del significato, Pandossa, che non si sentiva affatto in imbarazzo, sottolineò con arguzia: <<Si dà il caso, mia cara Patrizia, che anch’io abbia il centro della casa e lì t’ho attesa per anni, fin dai tempi del ginnasio.>>.
<<In questo caso la realtà è ideale.>> aggiunse lei con inspiegabile intraprendenza e continuò: << È irremovibile la mia presenza nel mondo uterino dei centri della casa. Lo dico spesso anche a mia figlia: - Non fare molti esami, se poi non esisti come esaminata! -.>>.

Udendo il termine “figlia”, Augusto avvertì una sensazione di scoramento, non riuscendo a conciliare il proprio desiderio con quella maternità smembrata e disperata. Avrebbe rifatto il cammino della seduzione a ritroso, se non fosse stato certo che quel tentativo di conquista era stato animato, fin da principio, da un sentimento unico, quantunque ancora ignoto, ma dirompente, mai provato in tutti gli anni della vedovanza, difficile addirittura ad accettarsi come tale nella banalità di un pomeriggio trascorso al supermercato. Si chiedeva, infatti, con insistenza, se fosse possibile affermare d’amare una donna in quel modo. Egli voleva Patrizia tutta per sé. Non era di certo disposto a dividerla col marito o ad accontentarsi della clandestinità, resa peraltro impossibile dalle condizioni mentali della donna.
<<Il mio intelletto perdeva sangue, quel giorno… La mia bambina aveva deciso di sostenere un altro esame…>> soggiunse lei flebilmente e rabbuiandosi.

Egli le prese il volto tra le mani e le diede un bacio sulla fronte, un bacio che rasserenò Patrizia, la quale appoggiò la testa sulla spalla di lui e si lasciò trascinare in silenzio. Augusto Pandossa toccava il cielo con un dito. Patrizia era la compagna di vita ritrovata: con un violento accesso d’egoismo lodò le virtù della schizofrenia, che considerò uno scudo contro le avversità del mondo esterno. Scosso dalla passione, il professore condusse Patrizia fuori dal supermercato. Ella non protestò, lo seguì affabilmente. Poi, salirono sull’autobus e, in poco meno di mezz’ora, furono sulla soglia dell’appartamento di lui. Egli se ne fece servitore, riservandole ogni premura. La fece accomodare sulla propria poltrona e la invitò ad assumere la posa che giovasse maggiormente al suo benessere. Le chiese se avesse fame e cosa desiderasse, così da prepararle qualcosa di prelibato, ma ella, in risposta, improvvisò uno strano canto il cui ritornello era: “l’uccellino vien cantando”. Egli s’inginocchiò ai suoi piedi e la ascoltò con religiosa devozione.

Alla fine del canto, Augusto le prese le mani e ne contemplò, eccitato e commosso, il rosso rubino delle unghie. Iniziò a baciargliele e ad accarezzarle con la punta della lingua. Con una certa mollezza, ella gliele porse, quasi fossero doni votivi, ma, sporgendosi in avanti, gli fece capire di pretendere un bacio. Si baciarono con delicatezza, lentamente, gustando ogni passaggio di quel contatto. A poco a poco, abbandonarono sul pavimento tutti i vestiti e si accompagnarono vicendevolmente in camera da letto. Patrizia si distese goffamente sul letto, assumendo una posizione perfettamente retta e in linea col piano d’appoggio. Augusto ne rise dolcemente e le si sedette accanto, senza mai smettere di toccarla, senza mai rinunciare a procurarle piacere. Quella donna, si disse, lo avrebbe amato solo nell’accoglierlo dentro di sé. Il suo sguardo, chiaramente infisso al tetto, e la sua immobilità avrebbero potuto trarlo in inganno, ma le vibrazioni del corpo e l’espressione di quel viso rapito dalla letizia e dalla piacevolezza erano limpide testimonianze di attaccamento a quella forma di vita. Le si mise addosso, invitandola a divaricare le gambe. Tentò di catturarne lo sguardo, ma non ottenne successo. Si decise, non senza esitazione, a penetrarla. All’inizio, fu difficile muoversi dentro di lei, senza sentirne le spinte pelviche, cosicché Augusto stentò a goderne. Poco dopo, però, egli fu costretto a fermarsi. Patrizia lo aveva stretto a sé con tale forza e con tale vigore lo esortava a continuare che, sulle prime, Augusto aveva temuto che qualcosa d’ignoto o allucinatorio stesse per portargliela via. Fu un vero e proprio rapporto d’amore, al termine del quale egli si prese cura del suo riposo. La accompagnò in bagno, la lavò e la riportò a letto. Rimboccatele le coperte, le si mise accanto e la vide dormire per tutta la notte.

***

Bisogna ammettere che la maggior parte del nostro desiderio oscilla inelegantemente tra le rinunce e lo spreco, tra le figure della speranza e quelle dell’afflizione; in poche e povere parole, esso è nevrastenico. Lo è, in primo luogo, perché nessuno di noi possiede più lo spirito messianico e la furia dell’eroe cavalleresco a capo dell’avanguardia. In secondo luogo, è così e non può essere altrimenti perché - per dirla con Platone - siamo imitatori delle cose reali: avere un’intuizione su qualcuno che possa farci godere per noi significa iniziare un cammino a ritroso alla ricerca di predicati e nomi protettivi, rifuggendo dagli aggettivi, spesso troppo impertinenti e ambigui. Ciò che per natura è protettivo è, nello stesso tempo, narrabile, si può, per l’appunto, raccontare ad altri e si sa che non c’è alcunché di più confortante e rassicurante quanto il poter dire qualcosa a qualcuno. Non siamo fatti per custodire un segreto, laddove l’intuizione non è altro che un segreto, un che d’inenarrabile, specie quella che ci conduce rapidamente all’eccitazione. 

Noi, di fatto, siamo tutti ‘sposati’, lo siamo anche quando non lo siamo per legge: siamo sposati per genesi e ontologia; è connaturata in noi l’idea di essere bravi e buoni e la presenza, istituzionale o fittizia, di qualcuno che faccia da barriera morale ci aiuta a non morderci troppo spesso le mani per via di tutte interruzioni di cui siamo responsabili, interruzioni che, in realtà, sono delle piccole morti. Sappiamo di non essere d’accordo con noi stessi, ma questo sembra non contare molto.

Dunque, battute su battute e la chat è gremita, più di fantasie che di promesse incrollabili: il collo non s’umetta né le pelvi s’incontrano. È così che ogni bacio e ogni incontro sono rinviati affinché si continui a dire di avere resistito fieramente e santamente. Occhi, glutei, piedi, seni, mani e cosce sono confinati nella distanza e ciò che s’intuisce come piacevole è respinto. Questo preludio d’eros equivoco è solo la metamorfosi dell’attesa che qualcosa accada, di una mano che incontri la nostra, di uno sguardo che si fissi sul nostro viso, di labbra che percorrano i nostri confini.

Eppure, in queste condizioni, siamo piuttosto sicuri di non poter essere mai sicuri. Attendere qualcuno è un po’ come cercare il volto di Dio tra i viandanti di un mercato: passeggiamo guardinghi e ansiosi, sbirciamo di sottecchi forme e colori; percepiamo che è vicino a noi, ma non lo è tanto da essere abbracciato e baciato; siamo coscienti che sia lontano, ma lo è tanto da essere aspettato a lungo. Ogni sfioramento e ogni fortuito toccamento ci fanno sussultare di piacere. Nella casualità del gesto, possiamo ancora appellarci all’inconsapevolezza, perderci ancora nell’alibi dei tanti impegni mondani, nella pretestuosa dichiarazione di sazietà sessuale o nell’alleanza coi tempi dei biblici rinvii.

Prima o poi, pollice e indice si stringeranno sul bottone e l’asola non resisterà allo stesso modo in cui abbiamo fatto noi in precedenza - ne siamo consapevoli, in fondo -. Le parole non morranno più di similitudini e liturgie, scomparendo, schiacciate semplicemente tra la bocca e l’inguine. A quel punto, per poter tentare un’altra fuga dovremmo essere in grado di assegnare all’orgasmo predicati e nomi perfetti, tuttavia verranno fuori solamente aggettivi.