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venerdì 7 febbraio 2020

15
Omicidio


Il portacenere che era sul tavolo sembrava contenere cenere e mozziconi; dunque sembrava un contenitore; di fatto, non lo era del tutto. Di primo acchito, sembrava essere biancastro e duretto; di certo, era rotondo. Una luce, proveniente dal lampadario e che a lui giungeva giallognola, proiettava accanto a esso una porzione d’ombra entro la quale il tavolo si univa illusoriamente a ciò che lo sovrastava. A prima vista, qualche altra cosa suscitava l’interesse di Augusto Pandossa: il portacenere era sbreccato; uno dei mozziconi riportava sul filtro una macchia rossastra.

Il professore aveva appena fumato una sigaretta e l’aveva spenta esercitando una certa pressione sul mozzicone con l’indice della mano destra, bruciacchiandoselo. Non aveva avvertito alcun dolore fisico, almeno in apparenza. Avrebbe voluto accenderne un’altra, ma aveva resistito alla tentazione. Era inquieto, tanto da cominciare a picchiettare il bordo del portacenere, che, di conseguenza, sobbalzava. Un po’ di cenere s’era sparsa sul tavolo, nella regione d’ombra.

Un suono grave si propagò ritmicamente nella stanza. L’uomo si fece invadere dai ricordi; gli sovvenne, in particolare, la figura femminile della moglie, la quale, verosimilmente, era sempre assieme a lui.

Portacenere, contenuto del portacenere, macchia rossastra, ombra, suono grave, figura femminile e lo stesso Augusto, adesso, costituivano un corpo unico.

<<Come non è possibile stabilire con certezza dove si trova l’elettrone in un determinato istante all’interno dell’atomo, così non si può dire di me, se non con una certa approssimazione. Sono l’opposto di me stesso, cioè un concetto, qualcosa di astratto, appartengo al mondo del pensiero. Qualche giorno fa, mi ritrovai perfino a interrogarmi sulla virtù. Dopo una lunga ed estenuante riunione con alcuni colleghi – intellettuali brillanti, nulla da eccepire –, andammo in cerca di un bar per un caffè che ci riscattasse da tre ore di letteratura nevrotica, accademica, noiosa, lacerante e così via. Appena fuori dell’edificio, facendo due passi, alla mia sinistra vidi l’insegna luminosa di un bar. Cambiai immediatamente direzione anche perché avevo pure bisogno di alleggerire in fretta la vescica e non avevo voluto lasciare in dono all’accademia i miei liquidi. Sono fatto male. Di colpo, fui strattonato dall’illustre e affettato collega, il quale mi mise in guardia dal mettere piede dentro quel bar, avvertendomi che si trattava d’un ricettacolo di gentaglia, d’un ambiente malfamato; il che mi convinse dell’importanza che quel luogo avrebbe avuto per la mia esistenza e sentii un forte disprezzo per lui. Volevo picchiarlo selvaggiamente, ma non lo feci. Perché? Sarebbe stato un gesto eroico. Invece, sono stato un vigliacco. Oppure sono stato in grado di mantenere un buon equilibrio tra il bene ed il male?>>

L’unico vero e ineliminabile vizio dell’uomo sta nel mistero che egli crea attorno a sé… non solo come alibi per la propria inadempienza, non per tutte quelle volte in cui ha chiuso un libro dopo poche pagine di lettura non sentendosi all’altezza del compito, non per tutte quelle volte in cui ha sprecato il denaro in cose di poco conto, non per tutte le volte in cui ha abbandonato il proprio lavoro o le persone care convincendosi d’essere l’unico giusto per cui Dio non avrebbe dovuto distruggere Sodoma e Gomorra, non per tutte le volte in cui è stato mefistofelicamente capace di elaborare delle scuse, non per tutto questo… ma per ricordare a sé stesso di avere sempre una possibilità, un’area entro la quale ad Io e Sono, messi in sequenza, può seguire qualcosa, un aggettivo o un sostantivo che diano senso sociale alla perenne inadempienza. Allora, egli salta sempre dalla stessa posizione, su una specie di tappetino rimbalzante, sforzandosi di arrivare il più in alto possibile, ma, ogni volta in cui tocca terra, finge di non accorgersi di non essersi spostato neppure di un centimetro. Se ai bambini è concessa la ripetitività del gioco e del salto in vista d’una memoria da costruire, agli adulti, forti dell’esperienza, spetta il compito della previsione, laddove essi, invece, sperano di potersi fermare a mezz’aria. Il mistero consiste in questo gioco impegnativo, faticoso e snervante, praticato da tutti, indistintamente. La tregua e il riposo sono ammessi solo al buio, un buio talmente impenetrabile e imperscrutabile che neppure gli artefici del mistero sanno gestirlo soprattutto perché non vogliono accettare che il buio non è altro che un equilibrio dinamico, una variante della relatività ludico-deviante, una percezione diversa dell’energia del salto.

Pandossa era un giocatore sapiente. A differenza di tanti altri, faceva i conti con la propria memoria, soprattutto quando si trovava nella fase di massimo slancio. Ad Io e Sono, per Augusto, seguiva Beatrice. “Io sono Beatrice” ripeteva tra sé. Dopo quell’atto di suprema e violenta identificazione, egli aveva speso gli ultimi vent’anni a denunciare l’impossibile quiete dell’uomo, la propria anzitutto.

Alle prime luci dell’alba, gli andò incontro Eleonora, appena svegliata dal parlottio del padre. Gli gli si sedette sulle gambe. I due si fissarono malinconici, guidati da un presentimento arcano, oppressi dall’angoscia.

<<Eleonora, figlia mia, tu hai il diritto di conoscere la verità.>> enunciò grave e solenne Augusto.

Eleonora, vedendo piangere il padre, non ebbe la forza per proferire alcuna sillaba.

<<Io non sono un letterato, uno scrittore; io non sono un professore. Se è vero che un uomo è rappresentato dalla propria opera, la maggiore tra le mie opere è stato l’omicidio. Io sono un omicida, un uxoricida. Io ho ucciso tua madre. È stato un delitto perfetto, premeditato… Sapevo che amava un altro uomo, un uomo che non valeva niente. Forse, avrei dovuto uccidere lui. Io ho tentato di resistere, credimi! Per anni, ho voluto convincermi di avere limiti morali… e, tuttora, penso che sia ingiusto giudicare male una persona che non può né vuole amarti… poi, ho saputo che… non sei mia figlia. Fa’ di me quello che vuoi! Ammazzami! Fa’ che io paghi per il mio reato! Sappi solo che t’ho amata come una figlia, d’un amore puro ed incondizionato e…continuerò a farlo!>>    

***

Non c’è amore se non nel superamento sanguinoso, quasi inumano e, di certo, offensivo della morale comune, nella violazione delle proprie speranze, nella rinuncia a tutto ciò per cui ci si è battuti idealmente e fisicamente: l’amore è anzitutto la suprema forma d’incoerenza; il piacere stesso, l’eros per intenderci – ne subisce, anch’esso e inspiegabilmente, il contraccolpo, giacché, sulle prime, si è costretti da forze ignote a contemplare chi ci sta innanzi. Oltre la contemplazione, si apre la voragine dell’incompletezza, che iniziamo inconsapevolmente a incarnare: eravamo soli e disperavamo d’amare; adesso, amiamo e sentiamo come lacerante l’incompletezza. Perché? Perché – lo si ammetta o meno –, di respiro in respiro, non siamo più autosufficienti: perfino una goccia di sudore che ci riga il viso o lo stesso morso della fame o la scelta del colore d’una maglia diventano prefigurazioni della persona amata e assente. Si tratta di qualcosa di simile a ciò che per Kierkegaard si materializzava nello scegliere di non scegliere: Dio come abisso della paradossale libertà per il filosofo; in generale, un compagno di disagi per l’uomo. Felicità, fedeltà, lealtà e parecchie altre astrazioni inculcateci, fin da quando eravamo bambini, s’impongono presto quali vaccini obbligatori, ma pochi, forse eroi pronti al rogo, ammettono e riconoscono la prova, unico vero momento dell’iniziazione amorosa. La quiete del genere umano e, in particolare, la garanzia della sua conservazione sono sofisticamente rappresentate in questo: quest’amore che ci scuote e ci spossa è pressoché inesistente, laddove le quasi totale natura delle relazioni è fatta di accomodamenti, ripieghi. Allo stesso modo in cui non si può amare Dio e, nello stesso tempo, non essere disposti a finire su qualche croce, così non si può pensare d’amare qualcuno, se non si è disposti a morire un po’.  

venerdì 31 gennaio 2020


14
Menzogna


Vago, di notte, da sempre, come fossi rifiutato dal giaciglio, che mi accalora, mi sconsola e mi affatica. Ascolto, intorno a me, il respiro di chi dorme beato. D’altronde, è necessario che l’uomo riposi! Mangiucchio, passeggio, parlotto, scruto il buio o la penombra, nella speranza che qualcuno, destandosi per insonnia o qualcos’altro, mi faccia compagnia. Tutte le volte in cui si ha bisogno d’una compagnia notturna, il sonno altrui è profondo e imperturbabile. M’ingegno pure a produrre rumori neutrali, così da non essere troppo colpevole in caso di risvegli sperati o forzati. C’è poco da fare. Allora, rimugino, lascio che la mia testa si faccia pesante a poco a poco, mi faccio stordire dai miei stessi pensieri che elaboro in forma incompleta, non perché non sia capace di definirne almeno uno, ma perché, di fatto, accettando la complicità dello stordimento, comincio a immaginare che lo sforzo cognitivo mi porti dritto al sonno. Il più delle volte, l’armonia tra pensieri incompleti e sonno resta insensata e incompiuta. A un certo punto, sopraggiunge l’uggia sotto la specie dell’ipocondria e del sentimento tragico; temo d’essere colto da un malore e avvampo di paura: uno strano e diabolico bruciore si diparte dallo stomaco, mi percorre il torace e arriva alla fronte, provocandomi un principio di mancamento. Sudorazione, tremore e dispnea diventano semplici complementi del disagio, cui fa seguito, in genere, un pianto straziante: la paura della morte imminente mi fa pensare a mia figlia, che, qualora venissi meno, non avrebbe più la protezione che merita. Soffro intensamente all’idea che la mia piccola donna non possa più aggrapparsi alle spalle del suo forte papà. Forte? Sì! Può sembrare un aggettivo impertinente, invece è piuttosto pertinente! Eccome, se lo è! Non è mica semplice, alla mia età, cioè a sessant’anni, ritrovarsi pluridecorato dalla comunità scientifica, squattrinato e, per ciò stesso, squalificato dalla società, nei confronti della quale l’unica risorsa possibile diventa la menzogna. Bisogna pur raccontare qualcosa alla gente. Beh, non è obbligatorio! La gente si può pure mandare al diavolo, ma, con la scortesia, si peggiorerebbe il mio statuto sociale.

Il paradosso è presto fatto: se racconto la verità – cioè che sono un fallito – i miei interlocutori mi squalificano e, anziché impietosirsi, mi calpestano sempre di più; se racconto una bugia, la frustrazione e il senso di fallimento mi distruggono. Ci vorrebbe una sapiente miscela di menzogna e verità. Il verbo impietosirsi è un elemento di dubbio, talvolta anche di scandalo: sono sul punto di chiedere pietà e non me ne vergogno? No! Non me ne vergogno. Forse che c’è qualcosa di sbagliato nell’aspettarsi pietà? A ogni modo, ciò che più mi preoccupa è sempre lei, mia figlia, l’essere umano grazie al quale ho intuito in un istante che cosa significa essere pronti a cedere la propria vita per amore. Sono persuaso che mia figlia non sappia che lavoro fa suo padre.

Io non sono un professore. Non lo sono mai stato. Io sono un uomo che cammina in equilibrio sulla corda tesa dei funamboli, mentre la gente, dabbasso, pregusta la rovinosa caduta. La veglia notturna fa brutti scherzi! Ad una ad una, le sigarette vanno via dal pacchetto; mi sembra quasi d’inghiottirle: non fumavo da vent’anni. Il guaio è che, qualora mia figlia mi chiedesse cos’ho fatto in tutti questi anni, non potrei fare altro che mentire: dovrei mentire pure a lei perché una parte della mia esistenza è oscura anche per me. La mia piccola donna non sarebbe orgogliosa della parte oscura, ma…Insomma, io, in questo momento, dovrei essere disteso a ronfare e sognare; invece sono qui a scrivere, fumare e rimuginare.

È molto probabile che sia tutto frutto di una sorta di devianza psicoattitudinale. A quest’ora, non so neppure se il termine psicoattitudinale sia adeguato a quanto voglio esprimere, ma, di certo, rende l’idea, almeno secondo me, che, in materia di disagi, ho una certa esperienza: ho sperimentato il disadattamento – tirocinio diretto – prima d’insegnare che la vera letteratura, presto o tardi, ti fa vivere una sorta di male oscuro. Non tutti hanno questo privilegio.

Intorno a me, tutto continua a tacere. La casa accoglie altre due persone, Eleonora e Ilenia. Ho corrotto un paio di funzionari perché mia figlia fosse trasferita da queste parti. Ora, mi toccherebbe dirle la verità.

Possibile che nessuno si alzi neanche per andare a pisciare? A quanto pare, è possibile.

Mi sovvengono altre questioni notturne, anche se la capacità di pensiero va riducendosi. La nostra personalità è come una torta tagliata a fette: ogni fetta rappresenta un pezzo di noi e della nostra storia. Queste fette sono vive e non si lasciano mangiare facilmente. Madre, padre, nonni, educatori d’ogni genere e specie, esperienze e quant’altro sono fette di torta. Tutte le volte in cui entriamo in contatto con qualcuno, non ci rendiamo conto di dovergli offrire almeno una fetta di questa torta, lasciando dentro di noi un vuoto che può essere colmato solo da chi ha gradito appieno il dono ed è disposto a contraccambiare in un convivio comune e itinerante, sacro, inviolabile ed eterno. Altrimenti, non c’è speranza di sentimenti autentici. Di fatto, però, la torta perde il bell’aspetto di compattezza; tanto che non tolleriamo di buon grado le apparizioni fantasmagoriche nella nostra vita, ci rifiutiamo di accettare l’idea d’un distacco insensato o della superficialità con cui qualcuno tenta di rovinare la nostra torta. Per contro, non esitiamo a sbocconcellare le torte altrui nello spietato gioco della sopravvivenza: tanto maggiore è il numero di fette che ingoiamo, quanto più al sicuro ci sentiamo, quasi che potessimo offrire qualcos’altro a coloro che incontriamo. Ma non è così. Ne siamo talmente consapevoli da essere ridicoli. La nostra torta è una e una sola; offriamo per primi i pezzi di cui ci siamo impossessati per ingordigia e, intrepidi, ansiosi, fissiamo i mangiatori temendo che sentano un retrogusto improprio, un che d’amarognolo ed estraneo. Sappiamo bene che donare ciò che non ci appartiene accresce il rischio, già insito nell’incontro perché, così facendo, non difendiamo affatto la nostra personalità dagli attacchi, ma priviamo noi stessi e l’altro d’ogni forma di realtà. Dopo che abbiamo fatto consumare tutto, che cosa raccontiamo? E, se, per giunta, l’altro ci dice che il pasto è stato prelibato, con quale coraggio confessiamo che non c’è più alcunché da gustare?

Io sono diventato mia moglie e so che qualcosa sta per finire.

***

Ogni parola in eccesso, ogni sguardo mancato, evitante o parziale e ogni stratagemma messo a punto per nascondere le nostre deficienze rappresentano un sovrappiù di senescenza per il nostro corpo, che, di volta in volta, perde il contatto col mondo, s’impigrisce e si consuma in privazioni e precetti, omissioni e melliflue litanie. 

L’amore e la sessualità che ne deriva o lo precede si originano dalla debolezza, da un bisogno a causa del quale possiamo solo essere sicuri d’essere insicuri, ma che ci sforziamo di negare o raccontare come inesistente. Siamo tutti splendidamente imbecilli, ossessivamente dipendenti da orgasmi coreografici, più da quelli non avuti che da quelli avuti: basterebbe semplicemente sputtanarsi con eleganza e accuratezza per scampare il maggiore dei pericoli: la castigatezza, la vergogna o, diversamente, il senso della morale. Non la morale, si badi bene! Ma il senso della morale, l’idea secondo cui qualcosa è giusto o sbagliato e che ci fa sentire autorizzati a vedere il male solo nelle scelte altrui. 

L’amante, da qualche parte, ci aspetta, è mezzo nuda (o nudo, a seconda dei desideri di lettura), passeggia nervosamente per la casa, i capelli arruffati, sbuffa e s’impazientisce per il ritardo. In realtà, nessuno ha fissato un appuntamento, nessuno ha parlato del corpo e delle sue implacabili rivendicazioni; gli unici messaggi si sono epigraficamente esplicati in “ti penso”, “come stai?”, “che fai?”. 

Siamo troppo abituati a distinguere gesuiticamente le forme volgari da quelle che non lo sono, sebbene non si sappia di preciso cosa siano, le persone ammodo da quelle che non lo sono e così via. 

Il seguito si fa masturbatorio e le immagini appassiscono. Nella saga degli umori inariditi qualcuno s’insinua tra gli amanti, forse un povero cristo da compatire: è il più sventurato d’una compagnia, avrebbe bisogno di toccare ed essere toccato, ma non sa dirlo e finisce col revocare in dubbio i legami altrui. Non può accettare che altri goda. Così, a una mancanza ne segue un’altra. E i letti si scombinano e si rassettano troppo in fretta. 

E il petricore resta solo momento letterario.         

sabato 18 gennaio 2020


12
Immaginazione


D’incanto, il silenzio calò dolcemente sui ragazzi, interrotto unicamente dai rumori dell’ambiente circostante.

<<L’amore…>> esordì Pandossa gustando una lunga pausa e socchiudendo gli occhi.      
<<L’amore comincia sempre dalla manifestazione delle nostre paure infantili. È la paura di perdersi tra i suoni e le luci di un luna park, che ci stordiscono e ci portano in giro tra altalene e pupazzi: sull’altalena ci lasciamo spingere fino al batticuore; del pupazzo imitiamo inconsapevolmente l’espressione statica e ridicola. D’improvviso, siamo presi dall’ansia febbrile di volere sperimentare tutti i giochi, senz’accorgerci d’essere avidi ed egoisti. Ci annoia pure l’attesa delle file davanti alla biglietteria. Vorremmo scalzare tutti e possedere l’intero parco dei divertimenti. Questa frenesia, però, a poco a poco, ci logora, ci fa perdere parecchie energie, fa svanire l’effetto allucinogeno, cosicché ci voltiamo alla ricerca del nostro accompagnatore e, nostro malgrado, non lo troviamo. Ci siamo perduti e facciamo fatica ad ammetterlo, ad accettarlo. Facciamo il cammino a ritroso, ma, la paura ha subito la meglio su di noi e pupazzi e altalene non ci sono più tanto familiari quanto lo erano all’inizio. Spinti dal bisogno di essere grandi e autonomi, di essere re del mondo anche per poco, abbiamo perduto di vista pure la strada di casa, di quel luogo dove una madre e un padre possono sempre proteggerci. Urliamo e iniziamo un pianto che non avrà più fine.

Crescendo, non facciamo altro che nascondere le lacrime e rivendicare sottovoce il bisogno d’una madre amante o d’un padre amante. Abbiamo paura e preferiamo anche un solo giro sulle montagne russe nella speranza di racchiudere in pochi minuti di esaltazione ed ebbrezza la responsabilità di una vita. L’amore, dunque, comincia da questa paura, che riduce il nostro coraggio fin dall’infanzia. Bisogna sapersi perdere autenticamente per imparare ad amare, perdersi in colui o colei che, pur ascoltando i suoni, sa distinguerli dal rumore, e, pur vedendo le luci, non si fa abbagliare, pur divertendosi, non ci perde mai di vista e sa sempre indicarci la via del ritorno a casa. Eppure, siamo scossi dalla memoria di un errore puerile e temiamo di vivere nell’altro e per l’altro, mistificando i nostri gesti e travestendoli d’un orgoglio inesistente, di cui non sapremmo neppure parlare.>>

<<Professore, che cos’è la sessualità, secondo lei?>> chiese una ragazza della seconda fila.

Gli uditori, frattanto, si facevano sempre più numerosi. Per la prima volta, anche gli altri docenti erano impalati ad ascoltarlo, dimentichi pure del malanimo con cui di solito gli si rivolgevano e capaci, addirittura, di tenere a bada l’invidia che li portava, il più delle volte, all’inimicizia. Augusto li notò e fece loro un cenno di benvenuto. Il preside avrebbe voluto esprimere la propria opinione; bolliva di gelosia, ma fu cauto, comprese che un suo intervento, in quel momento, gli avrebbe fatto guadagnare solo una vera e propria insurrezione.

<<La sessualità è…>> riattaccò Pandossa con la solita pausa di piacere.
<<La sessualità è, anzitutto, ciò che il nostro preside dovrebbe praticare di più!>>
Non fece in tempo ad ultimare la frase che le grida di approvazione e lo schiamazzo dei ragazzi fecero sprofondare il capo d’istituto nel baratro della vergogna. Di colpo, lo si vide impacciato, agitato, arrossato dall’ira.  Nessuno osò interrompere l’esultanza dei ragazzi. Solo Pandossa avrebbe potuto ripristinare l’attenzione, ma non lo fece. Anzi, rincarò la dose. Fu sufficiente un suo braccio alzato a mostrare il palmo della mano a che i ragazzi si disponessero di nuovo all’ascolto.

<<Ragazzi, sia chiaro: nulla di personale! Si tratta del nostro preside e abbiamo il dovere umano e istituzionale di rispettarne il ruolo e la professionalità.>>
Quest’ultima affermazione lasciò tutti un po’ perplessi, ma, secondo il codice di Augusto Pandossa, non era affatto contraddittoria. Per lui, non c’erano gli elementi per gridare allo scandalo, ravvisare moti di vendetta o la volontà di mortificare qualcuno; per la qual cosa le due affermazioni erano perfettamente e contemporaneamente valide. Abituato, com’era, a trattare le questioni con acume scientifico e attenzione analitica, isolava le dichiarazioni e le definizioni dai pareri personali. Era ben conscio che invitare il preside, in pubblico, a praticare del sano sesso avrebbe generato un certo scandalo, ma egli non possedeva la stessa misura dello scandalo.

<<Aggiungo pure che ciò che ho dichiarato è testimonianza della mia gratitudine nei suoi confronti.>>

A queste parole, un po’ tutti aggrottarono le sopracciglia ed arricciarono il naso.
<<Ragazzi, colleghi, il preside è stato così premuroso verso di me da suggerirmi un aiuto psicoterapeutico ed io, oggi, colgo l’occasione per ringraziarlo perché, recandomi dalla psicoterapeuta in servizio presso il nostro istituto, ho avuto modo di conoscere una bella donna, sebbene sia molto più giovane di me, e, in seguito alla piacevole chiacchierata, ho meditato molto su ciò che condiziona le relazioni tra uomo e donna, tra uomo e uomo o tra donna e donna. Nel vedere il preside così accigliato, stamani, ho trovato un paio di risposte alla domanda su come si possa definire la sessualità. Poco importa che la domanda mi sia stata fatta dopo. La sessualità, per chi appartiene alla nostra specie, nasce dalla stessa paura dalla quale comincia l’amore, ma è la prima tra le arti, se siamo disposti a mettere per un po’ da parte l’antropologia, senza tuttavia trascurarla troppo. Anche in questo caso, infatti, suoni e luci del luna park ci fanno diventare avidi. Anche in questo caso, abbiamo bisogno di giocare e di sentirci dire che siamo bravi. Non sempre è necessario che l’elogio arrivi dalle parole, spesso bastano le conferme di un contatto. Tanto maggiore è il numero dei contatti, quanto più bravi e forti pensiamo di essere. Qui, però, ragazzi miei, occorre prestare attenzione… perché tanto più forte è il bisogno di conferme, quanto più s’indebolisce il nostro Io. Il guaio è il seguente: sono vere e necessarie entrambe le cose! Pertanto, che c’entra il preside? E la psicoterapeuta? L’altalena tra bisogno di contatto fisico e indebolimento ci induce a proiettare sugli altri la nostra incapacità di equilibrio. Si finisce col vivere d’immaginazione e col pretendere dagli altri ciò che, in realtà, pretendiamo solo da noi stessi. Ecco! Ci vuole una ridefinizione: la sessualità è, prima di tutto, immaginazione. Presumo che il preside si sia ritrovato in questo stato d’angoscia o di scompenso e abbia voluto trasferire su di me un proprio bisogno. Io non posso che essergliene grato perché, grazie a lui, ho arricchito il mio pensiero, non la mia immaginazione, che ha diversa natura, si badi bene!>>.

Finito che ebbe di pronunciare la parola bene, sentì un tremito interiore, una specie di sussulto che ne arrestò la verve oratoria. S’appoggiò allo schienale e s’abbandonò a uno sguardo amorevole e trasognato, ma che fendeva attentamente la folla, fino a scavalcarla. Riconobbe il profilo della figlia, Eleonora, la quale a ridosso degli studenti, stava abbracciando calorosamente la psicoterapeuta dell’istituto, quella bella donna della quale egli aveva appena parlato. Le due donne, evidentemente, erano vecchie amiche. Il loro affiatamento era intuibile anche a distanza. Di occhio in occhio, gli sguardi si concentrarono tutti sulle due figure. Su quel piccolo mondo scese avvolgente una suggestione fiabesca. Augusto, per primo, si sentì incalzato a sottrarre al maligno l’anello magico per la liberazione della principessa.

***

All’immaginazione si è soliti assegnare una copula, un aggettivo che ce lo faccia apparire familiare e, di conseguenza, un giudizio: nel dire “l’immaginazione è…”, si elabora già una promessa di conforto per sé stessi, ma non ci si rende conto di contrarre un grosso debito nei confronti di ciò che noi siamo e, soprattutto, nei confronti di ciò che vogliamo, poiché l’annunciazione di un bisogno, prima o poi, si muta nel bisogno stesso. Di fatto, quest’abitudine di tracciare confini netti e aritmetici, false traiettorie euclidee e ponti cartesiani pericolanti diventa persona e atto, ogni qual volta in cui siamo costretti a scegliere e, nello scegliere, a servirci della deduzione, cioè a osare. Dunque, anzitutto e per lo più, l’immaginazione è giudicata, è forzato a diventare una categoria linguistica, è privata di quell’unico significato che possiede: il costituire un nostro modo d’essere nel mondo, per dirla con Heidegger.

All’inizio d’una qualsivoglia relazione, per esempio, uno dei due amanti, specie a causa del terribile esordio, vive di timori e dubbi, cosicché, se invia un messaggio compromettente, teme di aver alterato l’equilibrio intimo, e, se non lo invia, teme d’aver sottratto alla relazione un che di prezioso.  In entrambi i casi, si dubita della propria correttezza, generando un rinvio febbrile del godimento e cominciando a elencare parole per definire le ore o i giorni che passano prima del nuovo incontro. Non si comprende che il linguaggio non serve a dare definizioni perché la definizione appartiene a ciò che è universale, mentre ciò che noi siamo e vogliamo è ‘particolare’. Chi ne fa uso con consapevolezza e maestria non corre alcun rischio e non potrà mai minacciare il benessere altrui, pur nella clandestinità e nella violazione dei postulati sociali e religiosi, non perché sia un accademico raffinato, ma perché eviterà sempre di dare definizioni.

Quante volte, durante i primi incontri, un uomo avvicinando la propria bocca a quella della donna, nel tentativo di baciarla, s’è sentito dire “non è il momento giusto”? Ecco, questo dire che ‘qualcosa è o non è’ determina la promessa di conforto, uno snaturamento dell’immaginazione, laddove baciarsi sarebbe l’unico vero e possibile conforto: nulla esiste, fuorché nell’atto e nell’uso. Noi siamo amanti, nel momento i cui ci baciamo, ci attacchiamo gli uni agli altri famelici; non già quando pensiamo di esserlo. Attaccati gli uni agli altri viviamo la nostra immaginazione; altrimenti, ci annulliamo, scompariamo. Il rinvio della donna, probabilmente, è solo una ricerca di significati e conferme, che, tuttavia, ella già possiede semplicemente per averle incluse nella propria dichiarazione. Meglio allora lasciare intravedere i seni dalla scollatura che dire ciò che giusto e ciò che non lo è.