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venerdì 13 dicembre 2019


7
Fisiologia


Un applauso di cocente approvazione coperse la voce di Pandossa, il quale andò avanti: <<Qualche mese fa, il mio preside mi consigliò di andare da una psicoterapeuta. Io, essendo rispettoso del mio superiore, accettai il consiglio. A tal proposito, però, emerge un grosso problema: se la dottoressa ha un bel culo e delle belle tette, la psicoterapia funziona. E aggiungo: solo per un po’, il tempo della seduta… perché, ad un certo punto, bisogna pagare. E le sedute, com’è noto, hanno un bel costo. Qual è la morale della favola? Uno scrittore che volesse offrirci un resoconto della relazione tra la psicoterapeuta e il paziente Pandossa dovrebbe indagare su tutte le concause nascoste, non potrebbe limitarsi a descrivere il rapporto di causa ed effetto: il preside, il professor Pandossa, la psicoterapeuta e blà, blà, blà. Questo, bisogna dirlo, Joyce lo fa benissimo. Alle otto e quarantacinque del mattino, cioè quando inizio le mie lezioni al liceo, gli allievi mi guardano catatonici, siamo tutti un po’ grinzosi, come lo è il lenzuolo stretto e schiacciato, quando dormiamo bocconi. Allora, mi metto a girare lentamente tra i banchi. Mi serve vigore. È inutile chiedere una disciplina inesistente e che sarebbe utile, diversamente, solo a scrivere altre settecento pagine d’un saggio che pochi esseri umani leggerebbero e che nulla ha da chiedere alla poesia.

Scivolo tra i banchi. Devo stupire i miei allievi per svegliarli; non del tutto però! Non è facile rispondere a tanta responsabilità.

D’un tratto, mi sovviene l’idea determinante.

Passeggiare in aula interpretando e incarnando le norme interpuntorie. Ecco la soluzione! Ma che vuol dire? Il passo lentissimo dovrebbe corrispondere a tre puntini di sospensione. Il passo lento all’asindeto. Può darsi. Il passo lento, breve e circostanziato corrisponde sicuramente al punto e virgola. Che vuol dire passo circostanziato? Un passo osservato in fase di svolgimento. Il passo seguito da una sosta in un punto qualsiasi dell’aula è inequivocabilmente un punto. Il salto a piè pari potrebbe essere altrettanto inequivocabile: due punti. Ma non posso fare il salto. È la congiura delle norme interpuntorie contro di me.
Ho la vescica piena. Devo svuotarla. In aula è impensabile. Il gesto non avrebbe alcunché di interpuntorio. Vado a pisciare tra la sosta del punto ed i due punti.

A quale formula di scrittura corrisponde? Mi serve un esempio dotto. Ci penso, mentre, già in bagno, mi libero del peso. Il voyeurismo di Dante per Beatrice nella Vita Nuova. Sì, non guardatemi come allocchi! Chiamiamo le cose col giusto nome. Dante era un voyeur. D’altronde, c’è un che di fisiologico. Con un bel giro di parole potrei cavarmela. No! Non va proprio. È tutto così spirituale. Citiamo un altro voyeur! Petrarca. Anche qui potrei cavarmela. Ma non se ne parla proprio! Neanche in questo caso. Un mito è pur sempre un mito. Non va toccato. Allora, Boccaccio! Andreuccio da Perugia mi pare bell’e rincoglionito. E poi… se gli studenti lo raccontano in giro? Un po’ di educazione culturale non fa mai male. Vediamo un po’. Tasso, Boiardo, Ariosto. Un Orlando che perde il senno per poi ricuperarlo sulla luna grazie ad Astolfo e a un cavallo alato potrebbe anche costituire la manifestazione di un problema di ordine fisiologico nella scrittura. Sì, ma così s’indebolisce il processo di fascinazione. Lo stesso dicasi per il don Chisciotte! Nobiltà non rima con pisciare né con fisiologia.

La scrittura è un atto creativo; non la si può mica insudiciare in maniera spicciativa. Mi occorre un salto temporale. Non è escluso che la letteratura dell’ottocento e del novecento mi sia più favorevole.

Ho trovato! Kafka. Tutti hanno letto di Gregor Samsa e nessuno può negare che uno scarafaggio sia tanto immondo quanto una scrittura che manifesti una fisiologia impertinente e inopportuna. La pelle del mio pene s’impiglia nella chiusura lampo, proprio mentre sto per mettere a punto l’esempio dotto. Il dolore lancinante spazza via ottocento anni di letteratura. Il mio membro è arrossato. Al rientro in aula sono pallido, ma godo della sensazione di scampato pericolo. Gli studenti mi fissano. Sono in debito con loro!

Ricomincio a passeggiare tra i banchi e medito sempre su qualcosa di fisiologico, qualcosa che renda l’idea dello scampato pericolo! Uno scrittore contemporaneo potrebbe cominciare proprio dall’arrossamento di un membro qualsiasi. Vi ringrazio dell’ascolto! Una buona giornata!>>.

Una poderosa ovazione accolse il professore che s’apprestava a lasciare lo scranno. Gruppi indistinti di uditori gli si avvicinarono per complimentarsi con lui. Egli fece appello a tutta la propria inventiva per evitarli e puntò risoluto l’uscita. Mentre stava per defilarsi, però, s’udì un colpo di pistola che intronò l’intera aula magna. Come fosse attratta da una calamita, la più parte dei presenti s’ammucchiò attorno al corpo esanime della studentessa universitaria che s’era appena tolta la vita con un gesto plateale, infilandosi in bocca la canna di una trentotto e facendo fuoco alla presenza di amici e colleghi. Pandossa s’impietrì. Contemplò la scena imprecando tra sé: <<Gli eventi pubblici non portano mai a nulla di buono!>>. Gli riusciva difficile sopportare lo sdegno alla vista di quella calca di omuncoli curiosi che subissava di sguardi e commenti il cadavere della giovane donna. Poi, premuroso e paterno, con la coda dell’occhio, vide i propri studenti inseguire la folla e si slanciò ad impedire loro di partecipare allo scempio.

Sentì il bisogno di isolarsi a elaborare un angosciante dolore ignoto e che giudicò irragionevole e impertinente. Appena fuori dall’istituto, infatti, si assicurò che i ragazzi riprendessero la via di casa e cercò le strade meno affollate per fare ritorno alla propria, senza opporsi più alle lacrime, che solcarono copiosamente il suo viso.

***

'Adesso, basta!': sarebbe il caso d'incidere questa formula imperativa su tutti i diari segreti degli esseri umani, ma occorrerebbe farlo, quando fossero adolescenti e cominciassero a convincersi d'avere un certo credito nei confronti della natura. Guardare il mare e dichiarare d'amarlo o d'esserne affascinati, senza averne mai domato le onde a bordo d'un'imbarcazione di fortuna e, soprattutto, a largo, presso i grandi banchi, dove scompaiono misure e grandezze protettive, equivale a gloriarsi d’un titolo che non si possiede. Fin da piccoli, siamo indottrinati con malevolenza nell’arte patetica dell’ammirazione e dello scimmiottamento, che altro non è, fuorché una variante della pusillanimità e della pigrizia: si esalta ciò che resta a debita distanza da noi e che, per ciò stesso, appare elevato e nobile.

Dunque, impariamo a menadito interminabili elenchi di parole astratte: amore, amicizia, bellezza, anima et similia; ne abusiamo fino al momento in cui, per difetto di memoria ed esaurimento, cominciamo a ripeterle daccapo perché siamo iniettati di petrarchismo e stilnovismo. Nessuno ci ha mai fatto notare tuttavia che il sublime Petrarca, l’imponente Dante o il raffinato Leopardi, pur qualificandosi come poeti inarrivabili, erano irredimibili voyeur travestiti da sacerdoti della delicatezza. <<Chiare, fresche e dolci acque>> è il racconto di un guardone; <<Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia>> è la spacconata di un uomo che usa il possessivo “mia” a proposito di una donna che non ha mai sfiorata. Intendiamoci! Nessuno, qui, ha l’ardire di revocarne in dubbio la qualità letteraria, talora inarrivabile, talaltra addirittura ‘trascendente’: occorre un po’ di coraggio ermeneutico-esistenziale, se non vogliamo limitarci ad applaudire gli autori delle antologie. Il recanatese era un po’ più onesto degli altri, ma, con Silvia, si lascia spesso andare a posizioni ambigue. Impotenti o pavidi, non avrebbero mai saputo dire a una donna ‘ti voglio’ o, addirittura, ‘voglio scoparti’, cosicché il verbo ‘scopare’ viene esiliato dalla lingua, estromesso come maleficio linguistico e insulto. A scuola, nessuno ci parla di Neruda, Rilke e Celan.

Non saremo mai pronti al naufragio; diversamente, per allontanarci un po’ dalla terraferma abbiamo bisogno, tutt’intorno, di luce e schiamazzo, della stagione estiva e di spiagge affollate. Di notte, nulla può accadere. Allo stesso modo, se una mano s’insinua con forza tra le gambe dell’atro, senza il dovuto preavviso, o corre a stringerne i capelli, la prima reazione configura un insensato e inspiegabile rifiuto.


venerdì 6 dicembre 2019


6
Parola


Impazientito, andò a farsi una doccia calda, con i cui vapori si dilettò per più di venti minuti. Altrettanto comodamente fece colazione. Poi aperse l’armadio della camera da letto, si soffermò a meditare su quale sarebbe stato il parere della moglie e fu certo di dover indossare un bel vestito blu, con camicia bianca e cravatta rossa. Gli occhi gli si riempirono di lacrime, rise della propria emotività e seguitò a vestirsi. Alle nove e trenta, Augusto Pandossa, ben vestito e profumato, era già sotto casa ad attendere che l’autobus passasse a prelevarlo. Molto di rado, si metteva alla guida della propria autovettura. L’autobus gli permetteva di leggere e meditare, benché gli toccasse farlo in mezzo alla calca. Dopo avere atteso per un quarto d’ora, senza vedere alcun mezzo pubblico, vide arrivare dall’angolo alla sua sinistra un’utilitaria con a bordo dei ragazzi e il cui autista pigiava all’impazzata il clacson. Il suono era diretto proprio a lui. Uno dei ragazzi, infatti, sporgendosi dal finestrino gli urlò allegramente: <<Professore! Salga su! La accompagniamo noi!>>. L’autovettura gli si fermò accanto.

Pandossa, per la seconda volta, quella mattina, si sentì pungere dal batticuore.

I suoi alunni del quinto anno avevano marinato la scuola per seguirlo. I ragazzi gli fecero subito posto sul sedile anteriore ed egli non esitò ad occuparlo né ad assumere lo stile del compagnone. Il ragazzo che stava alla guida ripartì facendo sgommare le ruote. Il professore gli diede il cosiddetto cinque, oltre a qualche consiglio sulla guida sportiva, facendo esplodere nell’abitacolo un entusiasmo frenetico. Un’alunna ancora diciassettenne gli disse: <<Prof, lei è troppo fresco!>>. Il professore ruotò il capo verso di lei, aggrottò comicamente le sopracciglia e la redarguì paternamente: <<Paola, fresco non significa un bel niente! Ragazzi miei, dovete riformare il vostro codice. Poi, c’è da dire che non mi sento fresco. Beh, a pensarci bene, stamani, forse, un po’ fresco sono. Comunque, ne riparleremo in classe. È un bel principio di discussione.>>. Un altro ragazzo ribadì: <<Prof, se ne faccia una ragione! Lei è troppo fresco.>>. Pandossa, che in materia di linguaggio non cedeva neppure una virgola, aggiunse: <<Allora, ragazzi, può anche starmi bene l’aggettivo. Però, intendiamoci almeno sul significato di fresco!>>. Il ragazzo che stava alla guida e che fino a quel momento non aveva partecipato alla discussione, disse: <<Fresco è un tipo ok!>>. Ancora una volta Pandossa, che, in pratica, tra una battuta e l’altra, stava offrendo indirettamente agli studenti una lezione preziosa sul rapporto tra significante e significato intervenne: <<E che tipo sarebbe un tipo ok? Ragazzi, attenzione! Il linguaggio ha delle funzioni precise. Ne abbiamo parlato più volte. Insomma, non potete dire a qualcuno che è un tipo ok o fresco, se poi non siete d’accordo sul significato!>>.

Paola, pur essendo la più giovane del gruppo, appariva come la più attiva e interessata: <<Prof, un tipo fresco è uno che sta dentro le situazioni, che c’ha sempre la risposta pronta perché sa dove mettere le mani; insomma, uno è fresco, se non cade mai dalle nuvole, se non è noioso.>>

Pandossa sembrò soddisfatto, ma gli toccò ammonire la studentessa: <<Paola, adesso ci siamo, ma non ripetere mai più “c’ha”!>>.
La ragazza, imbarazzata, si affrettò a correggere il tiro: <<Mi scusi, prof!>>.
<<Eh, no>> fece il professore <<non devi chiedere scusa a me, ma a te stessa!>>.
<<Io lo sapevo!>> soggiunse Giovanni, l’altro ragazzo seduto accanto a Paola <<Quando uno è fresco è fresco. Punto.>>
Molto premuroso, l’autista, si rivolse al professore cambiando argomento: <<Spero che non sia troppo tardi per il convegno. Siamo arrivati, ma sono già le dieci e dieci.>>.
<<Beata ingenuità!>> lo rassicurò il professore <<Sappi, mio caro, che nessun convegno è mai cominciato in orario! Vedrai! Siamo i primi…o tra i primi.>>.

Parcheggiata l’autovettura, la strana comitiva s’avviò verso l’aula magna dell’università, che, in effetti, era ancora semivuota. Pandossa cercò il cartellino che recasse il suo nome sul banco dei relatori e prese posto da solo, tra carteggi pergamenati ed elegantemente rifiniti e depliant col marchio dell’università in cui si faceva il resoconto pubblicitario dell’evento e si garantivano i crediti formativi agli iscritti. Ne esaminò il contenuto rapidamente per poi allontanare tutto quel materiale dal proprio spazio con un gesto netto della mano. Frattanto, gli si fece incontro il collega ed ex compagno di studi che lo aveva voluto quale relatore. Si abbracciarono, si scambiarono qualche parola di sincero affetto e continuarono a parlottare anche durante i primi interventi degli altri relatori, sotto lo sguardo sospetto del moderatore, che sicuramente non gradiva il brusio di sottofondo. L’intervento di Augusto Pandossa sarebbe stato l’ultimo tra quelli previsti per la mattina. Il professore attese sonnecchiando.

Verso le tredici, il moderatore lo interpellò per dargli la parola. Furono necessari due richiami e una gomitata dell’amico per scuoterlo dal torpore. Vincendo di colpo il sonno, iniziò a parlare, dopo aver strizzato l’occhio ai propri studenti che simularono un’onda di acclamazione in pieno stile da stadio e attirandosi lo sdegno dell’intero uditorio. Pandossa si preoccupò, anzitutto, di non deluderli: <<Joyce! Eccellente scrittore. Erudito, imponente, magistrale. Chiunque voglia definirsi scrittore non può non aver letto Ulisse o, allo stesso modo, Guerra e pace. Gli interventi sulle strutture e sulle sovrastrutture, sulle forme et cetera sono stati illuminanti. Si dice... Ed è bene che si dica. Vorrei capire, tuttavia, cosa illuminano. Mah! A che tutto questo? Mi si chiede di esprimere un parere sulle nuove correnti letterarie. Bene! Anzitutto, vorrei che non fossero delle correnti.>>.

Pandossa, dopo questo esordio, fece una pausa di un paio di minuti, causando non poco disagio. I suoi fans ridacchiarono. Gli altri uditori ne furono visibilmente imbarazzati. Non furono da meno gli accademici. Poi, d’improvviso, ricominciò: <<Se uno è fresco è fresco. Me l’ha detto un mio studente. Io sono un tipo fresco oppure un tipo ok. Questo linguaggio è primitivo, originario, essenziale. Però, per esso bisogna trovare un contesto. Ecco il compito dello scrittore! Joyce ha fatto il suo tempo, collega. Basta! Non se ne può più. Mi dica: lei sarebbe in grado di scrivere un romanzo alla Joyce? Non credo proprio. Non ha la faccia. Allora, lei è del tutto fuori del contesto. Non può impiegare vent’anni della sua vita ad analizzare un autore al quale spera disperatamente di assomigliare. È frustrante. E inoltre, non capisco, credetemi, come si possa violentare a tal punto la mente di uno scrittore, morto da chissà quanti anni e che, di conseguenza, non potrà mai reggere un confronto, a tal punto, dicevo, da fare ipotesi allucinatorie su ciò che lo ha spinto a scrivere in un modo anziché in un altro... per poi produrre un saggio di seicento o settecento pagine di analisi letteraria? Io la chiamerei ideazione suicidaria. Insomma, scriva un bel romanzo! Alla Joyce, se le riesce di farlo. Può anche darsi che lo leggeremo.>>.

Nel frattempo, l’accademico al quale Pandossa aveva rivolto il messaggio era rosso e gonfio di rabbia, sul punto di sbottare in invettive e improperi d’ogni genere. Il pubblico, tra le altre cose, cominciava a divertirsi, pur trattenendosi dall’abbandonarsi alle risa; la qual cosa indispettì oltremisura l’esperto joyceano, secondo il cui punto di vista le nuove correnti letterarie avrebbero dovuto trarre origine da certi classici allo scopo di reinventarli, se non, addirittura, ricostruirli. La sua irritazione giunse al culmine, quando la voce anonima di un allievo universitario, dal fondo dell’aula magna, gridò “bravo” a Pandossa. A quel punto, infatti, l’illustre saggista si alzò furioso e abbandonò tra i fischi il consesso. Dopodiché, Augusto Pandossa, come se nulla fosse accaduto, procedette nella dissertazione, sempre in stile dissacrante e canzonatorio: <<Dal momento che quel pover’uomo ci ha abbandonati, non abbiamo più qualcuno da insultare.>>. Questa volta, dall’uditorio si sollevò una risata uniforme e fragorosa. <<Signori, ci sono delle funzioni del linguaggio che, tuttora, ci rifiutiamo di utilizzare, come se dovessimo rispettare una sorta di comandamento della sacra letteratura. La parola è anzitutto un rumore, un suono indecifrabile e il linguaggio è insufficiente a dirci come stanno le cose, fuorché si sia disposti a credere che c’è una corrispondenza tra la chimica del cervello e quello stesso linguaggio che utilizziamo con la convinzione di dire qualcosa di sensato. Allora, a uno scrittore contemporaneo non resta che volgere lo sguardo a tutti quei codici del tutto privi di sovrastrutture, i codici della necessità, quelli dei giovani ignari del problema del linguaggio, quelli dei bambini e, perché no, quello delle prostitute o dei criminali. Immaginate una prostituta extracomunitaria che dica ad un cliente “Su, vieni, bello porco”.>>.
A queste parole, uno degli ascoltatori, tronfio ed insolente, balzò in piedi e interruppe il relatore: <<Lei è un esperto di prostituzione! Dico bene, professore?>>.

Senza lasciarsi intimorire, Pandossa rispose: <<Io predico bene e razzolo altrettanto bene. Caro signore, se devo parlare dei linguaggi essenziali, dei rumori melodiosi della strada, non posso esimermi dal fare indagini sul campo. Non posso rimproverare un collega per la sua distanza da un contesto reale per poi commettere lo stesso errore. Quindi, per me, frequentare le prostitute o i transessuali o i criminali è un dovere da letterato.>>

***

L'esistenza è fatta di segni e simboli, cioè di elementi che rinviano sempre a qualcos’altro e che, in quanto tali, non rivelano né raccontano alcunché. Al contrario, si può pure ipotizzare che essi siano veri e propri enigmi, prove d’una vicenda divina o arcana assegnateci e imposteci. Purtroppo e per natura, ci riteniamo sempre liberi d'interpretarli e trarne una storia, cosicché l'omissione è trasformata in menzogna, la dimenticanza in miseria morale, il sorriso in forma di spensieratezza. Eppure non c'è causa che corrisponda a un vero e proprio effetto, altrimenti non avremmo beneficiato della relatività di Einstein, della narrativa di Mann e Dostoevskij, della poesia di Rilke. Cosa ci spinge così violentemente verso il giudizio e verso l’oscuramento dell’identità altrui?

In genere, tutti noi dichiariamo di pretendere la verità, specie in amore, in nome del quale siamo pronti vedere luce dappertutto, ma la verità non può che essere un fatto o la sua rappresentazione. E un fatto e la sua rappresentazione si prestano unicamente a essere vissuti, non già a essere riferiti e dedotti. Forse che sorridere al dolore altrui significa disinteresse o impudenza? Forse che non farsi sentire per un determinato periodo equivale a mostrare menefreghismo? Forse che per amare qualcuno è necessario rinunciare a qualsiasi altro corpo?

Il no a queste domande è netto e perentorio, allo stesso modo in cui lo è il sì. Il dominio della possibilità non è passibile di giudizio, non si sottomette alla copula e agli aggettivi. Mentre io scrivo e ‘oso pensare male’ d’una donna che m’abbia detto di no, ella, molto probabilmente, si morde le mani e soffre delle proprie decisioni, tuttavia il suo malessere è tale da non consentirle di dire sì. Viceversa, ella stessa potrebbe pensare male di me perché ho accettato immediatamente il no, mostrandomi arrendevole. Il cane comincerebbe a mordersi la coda e noi, amandoci, finiremmo col non fare incontrare mai le nostre labbra.

Dunque: giunga un inno di gloria a tutti coloro che sono in grado di non parlare e non scrivere perché agiscono, essendo azione ogni loro pensiero! Io non ne sono capace e non posso fare altro che invidiarne la superba natura.


venerdì 29 novembre 2019


5
Meretricio


Due ore dopo, cioè intorno alle due del mattino, Augusto Pandossa s’imbatté in una lunga schiera di prostitute africane, davanti alle quali sfilò leggiadro, squadrandole dalla testa ai piedi e ponendosi in sincero ascolto di tutte le avances che le donne gli facevano per propagandare la propria mercanzia. Passando da una donna all’altra, trovò opportuno annotare le loro espressioni su un taccuino, cosicché ne prese uno dalla tasca interna del cappotto e, mantenendo sempre la stessa andatura, si mise a scrivere, sempre più persuaso che da lì sarebbe nato un romanzo. Il linguaggio, per lui, traeva origine da quelle formule agrammaticali e, nello stesso tempo, cariche di significato, un significato netto, univoco, sostanziale e che non lasciava adito all’incomprensione e ai dubbi. Insomma, non c’era linguaggio più efficace e più vivo o vero di quello della strada, di una strada al confine dell’esistenza convenzionale. <<Su, bello, vieni!>> si disse <<sarebbe un bel titolo>>, ritrovando una voglia di scrivere che, già da tempo, lo aveva abbandonato. Annotati gl’idiomi di particolare rilevanza, si lasciò alle spalle le prostitute africane e proseguì in cerca di qualche transessuale: era il suo genere preferito.

Ne trovò alcuni sui gradini di una chiesa scomunicata e diroccata. Gliene piacque uno in particolare. Lo conosceva. Si trattava di un brasiliano di San Paolo che aveva fatto fortuna sui marciapiedi italiani. Il professore, tutto sommato, era un abitudinario, specie in materia di sessualità. Non si faceva mettere le mani addosso da chicchessia né aveva il piacere di fare nuove scoperte. Pertanto, l’incontro gli fu particolarmente gradito. Era un cliente affezionato. Non aveva affatto intenzione di rientrare a casa insoddisfatto e, nello stesso tempo, non era la serata adatta al rituale della masturbazione. Fu assalito da una certa malizia, nell’avvicinarsi a Pamela, che nonostante una temperatura prossima allo zero, sotto un cappottino nero sbottonato, di finta pelle, indossava uno sgargiante vestitino rosso che non le giungeva oltre gli inguini. Alta, biondastra, più che stravolta dalla chirurgia estetica, che la rendeva turgida e abbondante, Pamela era una vera passionaria, esemplare nella conduzione dei giochi preliminari, esperta nel donare ai clienti ciò che essi desideravano, quand’anche non avessero il coraggio di confessarsi. Ella, vedendo arrivare Pandossa, lo salutò con gioia: <<Ciao, professore. A questa ora tu da me? Bello. Noi divertiamo un po’. Ci sta tuttu u tempu che voi.>>.
<<Pamela>> esordì il cliente <<devi cambiar nome. È troppo commerciale. Che so… Ludovica, Lucrezia…qualcosa di nobile. Tu sei un’artista. Pamela, Samanta o Deborah sono robaccia, nomi da puttana!>>.
<<Io soi puttana, professore. Tu me fai sempre ridere, bello porco!>> disse il transessuale divertito dalle facezie del cliente.
<<Al solito posto?>> incalzò Pandossa con vivo pragmatismo.
<<Seguimi, bello porco!>> insistette Pamela.
<<Ti seguo. Ma evita di chiamarmi bello porco! Non è affatto eccitante né divertente.>> aggiunse non senza risentimento il professore, che si era già posto al seguito del transessuale.

Percorsi all’incirca cento metri lungo il bastione laterale della chiesa, si dileguarono entrambi nell’oscurità d’un cieco declivio, prima della cui conclusione svettava imperioso un palazzo settecentesco. Pamela vi entrò con passo sicuro, svolgendo al buio tutte le operazioni. Invitò il cliente a non accendere la luce e lo guidò verso un piano seminterrato raggiungibile attraverso una modesta rampa di scale che si snodava sulla sinistra. Varcata la soglia dell’appartamento, i due, chiusasi la porta alle spalle, si affrettarono a baciarsi. Pamela non era solita concedersi fino a tal punto ai clienti, ma Pandossa aveva un che di speciale, meritava un’intimità unica, tale da oltrepassare le barriere della merceologia. Pandossa, per converso, considerava quei baci come autentiche prove di apertura a quella sessualità ignota, trasgressiva e rischiosa, che, dalla morte della moglie in poi, aveva segnato gli unici veri momenti di piacere.

Profittando del momento in cui il cliente si accingeva a togliersi i pantaloni, il transessuale si diresse verso la tv, scelse un dvd e lo infilò nel lettore. Poco dopo, comparve sullo schermo una scena orgiastica in cui non si capiva, di fatto, chi avesse parte attiva e chi passiva. Donne con donne. Uomini con uomini. Donne con uomini. E così via in intrecci rocamboleschi. Pandossa lanciò un’occhiataccia allarmata al video per poi rimproverare Pamela: <<Pamela, mi deludi. Dovresti sapere ormai che non tollero queste orrende visioni. Mi conosci da due anni. Grazie a Dio, ho una discreta autonomia di pensiero. È fin troppo sgradevole per me pensare di dover ricorrere alla fantasia altrui per arricchire la mia.>>.

Il transessuale se ne imbarazzò e rispose sommessamente: <<Oh, meo professore, scusame!>>.

Ma era già troppo tardi. Augusto Pandossa, un uomo che, nella vita, non imboccava mai la cosiddetta via di mezzo, stava già per rivestirsi, lasciando Pamela esterrefatta, con un’espressione da tonta, incapace di fare qualsiasi cosa che fosse utile a trattenere il cliente. Il professore, in pochi istanti, era già più che pronto a pagare e filare via. E così fu. Senza indulgere in convenevoli, che gli sembrava fossero alquanto ridicoli e tali da sminuire ciò che per lui era una professione e non un semplice mestiere, consegnò al transessuale circa quaranta euro, cioè una quota ridotta e da lui stesso stimata per l’incompleta prestazione, e s’incamminò alla volta di casa.

Non fece altre soste. Alle tre e trenta, infatti, aveva già indossato il pigiama per abbandonarsi alle mollezze della notte domestica. Accese la tv e la sintonizzò sul primo documentario incontrato nel breve percorso di zapping; dopodiché, affondò il viso nel guanciale e si lasciò prendere dal sonno. Il giorno successivo, in pratica quello già iniziato, sarebbe stato libero dalla scuola. Dunque, non si preoccupò neppure dell’orario. Dormì beatamente per quattr’ore. Alle otto del mattino, infatti, aveva già tra le mani una tazza di caffè, che sorseggiò lentamente davanti alla finestra, lo sguardo totalmente perso nell’estensione della strada che si dispiegava dabbasso e, a quell’ora, brulicava di autovetture e lavoratori frettolosi. Di colpo si distaccò dal vetro, cui sembrava incollato, e s’incupì, avendo ricordato fulmineamente di aver promesso a un collega dell’università di fare da relatore ad un convegno che avrebbe avuto inizio proprio alle dieci di quella mattina.
<<Ecco perché sono libero da scuola! Non ci voleva. Per quale ragione gli ho detto di sì? Non è da me. Che posso inventare? Vediamo un po’.>> borbottò.

Si guardò attorno, come se dal mobilio potesse giungergli un suggerimento e decise che non sarebbe stato il caso di disertare il convegno. In sostanza, pensò, chi lo aveva invitato era persona cara, uno studioso stimabile. Bisognava soccombere, anche se non aveva preparato alcunché: né uno studio né, tanto meno, qualcosa di scritto da mettere agli atti. <<Se mi hanno invitato, basterà loro il mio punto di vista. Il guaio è che non ho un punto di vista sulle correnti letterarie contemporanee. Posso sempre discutere di come vorrei che fossero queste correnti. Bene!>> commentò tra sé.

***


Siamo sempre sul punto di dire di sì allo sconosciuto, a chi possa sorprenderci all’interno d’una stanza buia, disadorna e al centro della quale resteremmo immobili, muti e remissivi, cosicché la nostra incapacità di nominare le parti d’un corpo e il suo possessore, per quella volta, non sarebbe considerata paura. Nell’estraneità e, soprattutto, nella remissività, noi saremmo simili a dei sovrani medievali, impietosi e avidi nell’amplesso, ma certi di avere ricevuto ruolo e opportunità per volontà divina. Lo stare in piedi equivarrebbe infatti all’assidersi sul trono d’una profezia che ci ha insidiati e tormentati a lungo ovverosia una sorta di rivalsa.

Nell’oscurità d’una masseria abbandonata, che diciamo di   aver raggiunta per caso, girando a zonzo in un tardo pomeriggio di noia, ci disponiamo all’ascolto del calpestio, che fino al giorno prima sarebbe stato solo un rumore, ma che adesso è sussurrio eccitante: sembra allora che, tutt’intorno, alberi, vento, uccelli, formiche, mosche e finanche le pietre o la stessa terra entrino dentro di noi con una marcia trionfale orchestrata dai migliori strateghi ateniesi e spartani. Fingiamo di voler capire, ma sappiamo che non è utile farlo. Ci sentiamo tirare per un lembo della nostra maglia, che si stacca dal bacino dov’era stata fissata per compostezza. Dal nostro grembo apprendiamo che qualcuno è con noi, scorre su di noi in turgore e umidore. Continuiamo a resistere all’istinto di reagire perché per tutta la vita non abbiamo preteso altro che questa passività infinita o, diversamente, una certa occasione d’abulia e ci ritroviamo denudati o discinti dalla vita in giù, senza che sia stato necessario inventare le metamorfosi dell’esitazione e del rinvio. È questo il punto in cui afferriamo l’altro per portarlo a noi e misurarne l’appagamento e l’orgasmo. L’uno stretto all’altra, vogliamo solo accertarci che saremo in grado di ripetere pedissequamente ogni gesto per un nuovo appuntamento che, nostro malgrado, non possiamo fissare. Deve accadere e noi possiamo solo sperare.

Desiderarsi e amarsi è un po’ come avere la fede granitica e spossante dei mistici, la visione messianica dei profeti martiri, la penetrante intuizione dei mentori omerici, che, non a caso, erano ciechi.